HOME     


   Biografando...  

In questa pagina troverete le biografie di grandi artisti, italiani e stranieri, che hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama musicale. Un diario pubblicato con vari pezzi di storia e di vita, di questi fantastici compositori, interpreti, musicisti, che hanno dedicato la loro vita, la loro arte, a quanti ascoltano e vivono per la musica.

Aspettiamo di ricevere i vostri commenti, i vostri suggerimenti le vostre impressioni e anche un pezzetto della vostra vita. Perché no! Scriveteci   

Biografando con:

- Agricantus

- Gino Paoli

- Lucio Dalla

- Roberto Vecchioni

- Francesco De Gregori

- Sergio Caputo      

 

 

 

Biografia di Sergio Caputo     

 

Sergio Caputo inizia la sua carriera musicale verso la fine degli anni ‘70 al Folk Studio, lo storico locale di Roma in cui si è formata parte della musica d'autore italiana.

Dopo una serie di esperienze discografiche minori, nel 1983 esce il suo primo album "Un Sabato Italiano", da cui vengono tratti otto video a cura della trasmissione "Mister Fantasy". Questo album lo porta al successo ed è tutt'ora un classico.

Sergio si distingue per il suo stile che affonda le radici nel jazz e spazia nei ritmi latini, ed un uso insolito e innovativo del linguaggio letterario, che a sua volta attinge dal quotidiano e dalle nevrosi metropolitane. Oggi i suoi testi vengono proposti agli studenti di varie università italiane e straniere come esempio di poesia contemporanea italiana.

Seguono altri 11 album più varie compilation, in cui Sergio non smette mai di sperimentare nuove chiavi espressive, affermandosi e maturando come autore e performer, conquistando, generazione dopo generazione, un pubblico dai gusti musicali e poetici raffinati.

Partecipa al Festival di Sanremo tre volte, e negli ultimi anni torna con decisione a sonorità jazzistiche e latine.

I suoi brani più celebri, da Un sabato italiano a Spicchio di Luna, da Bimba se sapessi a Il Garibaldi innamorato e via dicendo, presenti in ben 15 album che si avvalgono della prestigiosa collaborazione di grandi artisti e altre firme del jazz/pop/rock internazionale, raccontano una vita quotidiana aromatizzata di sogno e paradosso tuttora presenti nella nostra memoria collettiva. Fra le sue collaborazioni eccellenti si annoverano nomi come Dizzy Gillespie, Lester Bowie, Tony Scott, Mel Collins (King Crimson), Tony Bowers (Simply Red), Enrico Rava, Roberto Gatto, Roberto Nannetti, Giulio Visibelli, Ettore Bonafe, Raffaello Pareti, Danilo Rea e molti altri.

Nel 1999 si trasferisce con la famiglia in California, dove vive e lavora a contatto con le sue radici musicali.

Nel 2004 Sergio presenta un album strumentale dal titolo "That Kind of Thing" nel quale esordisce come chitarrista "Smooth Jazz".

Nello stesso anno Sergio ritorna in Italia per un tour di grande successo.

Nel 2006 Sergio presenta la sua prima raccolta "unplugged" dal Titolo "A Tu x Tu.

Sergio Caputo è, un autentico mito della musica swing, leggera e d’autore degli anni Ottanta. Compositore, musicista, interprete e ideatore di testi assolutamente unici nel loro genere che hanno contribuito a fare delle sue canzoni dei successi senza tempo! 

Discografia:

UN SABATO ITALIANO - 1983 - CGD-WARNER

Il primo leggendario album. Considerato un classico, contiene alcune fra le più famose canzoni scritte da Sergio Caputo.

ITALIANI MAMBO -1984 - CGD-WARNER

Swing e jazz latino. Ospiti Tony Scott al clarino e al sax e Roberto Gatto alla batteria.

NO SMOKING - 1985  - CGD-WARNER

Ancora un classico. Contiene "L'astronave che arriva", una ballad latin jazz famosa in tutta Europa.

EFFETTI PERSONALI -1986 - CGD-WARNER

Jazzy pop album. Ospite d'onore Dizzy Gillespie.        

NE APPROFITTO PER FARE UN PO' DI MUSICA - 1987- LIVE  - CGD-WARNER

Fino ad oggi l'unico album LIVE. Contiene molte canzoni famose riarrangiate a Big Band.                              

STORIE DI WHISKY ANDATI -1988 - CGD-WARNER

Lasciando il jazz per una fase diversa, questo e' un album pop. Arrangiato e prodotto dall'autore, contiene brani storici come "Non bevo più tequila".

LONTANO CHE VAI -1989  CGD-WARNER                                           

Intimista, di ispirazione brit-pop. Ospite speciale il sassofonista Mel Collins (King Crimson).          

SOGNO EROTICO SBAGLIATO -1990 - UNIVERSAL                                                            

Ancora un best seller. Pop con contaminazioni etniche.

SWING & SODA -1990 - CGD-WARNER

Compilation                

EGOMUSICOCEFALO -1993 - IDIOSYNCRASY MUSIC

"One man band" album. Sergio Caputo suona tutto, eccetto basso e tromba. Ospite Enrico Rava.

I LOVE JAZZ - 1996 - UNIVERSAL 

Con la maturità Sergio torna con decisione al jazz. Un classico che riporta l'autore nel suo pianeta di origine. Alla chitarra Roberto Nannetti.         

SERENADAS – 1998 - UNIVERSAL

A tutt'oggi l'ultimo album "convenzionale". Un remake dei pezzi latini più famosi, più tre inediti, riarrangiati e risuonati in modo superbo.

COCKTAIL - 1998 - CGD-WARNER                                           

Compilation                            

A TU PER TU – 2002 - IDIOSYNCRASY MUSIC

La prima raccolta Unplugged

THAT KIND OF THING - 2004 - IDIOSYNCRASY MUSIC

E' un album strumentale, genere "Smooth Jazz" (cioe' Jazz Liscio), uno stile molto popolare negli U.S.A. che annovera fra gli altri artisti come George Benson, Norman Brown e Kenny G.  In questo album Sergio Caputo esordisce come strumentista, suonando le melodie - godibilissime anche per i non appassionati di jazz - con la chitarra. Atmosfere jazz dal sapore a volte latino.

Radio Studio Centro CRS e altre fonti dalla Rete.                                                                                                                                              

                                 

 

Biografia degli Agricantus

 

AgricantusGli Agricantus nascono a Palermo nel 1979, prossimi al trentennale di carriera, sono riconosciuti come una delle formazioni europee più sensibili del panorama world internazionale. Da sempre attenti alla ricerca, dopo gli album Gnanzù e Viaggiari in cui la musica etnica si mescola all’ambient e alla trance, è con Tuareg, registrato in parte nel deserto del Mali con strumenti e musicisti nomadi, che raggiungono il successo in Italia e in Europa nel 1996 conquistando la Targa Tenco e piazzandosi al sesto posto nella World Music Charts Europe.  L’anno successivo vincono il PIM (Premio Italiano della Musica) e sono co-realizzatori della colonna sonora del film Hamam – Il bagno turco di Ferzan Ozpetek.  Nel 1998 esce Kaleidos dedicato alla ricerca delle origini della musica classica.  Nel 1999 arriva il successo oltreoceano con Best of Agricantus. Dello stesso anno è Faiddi, raccolta live di brani già editi proposti con nuovi arrangiamenti.  Nel 2001 esce Etnosphere, viaggio ideale tra il Tibet e il Mediterraneo, e grazie all’etichetta George V i loro brani sono inseriti in compilation distribuite in tutto il mondo (Nirvana Lounge, Buddha Bar IV, Siddartha 1).  Dal 2001 gli Agricantus si avvicinano nuovamente al cinema realizzando le colonne sonore dei film Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca (2001), Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio (2006) e Il figlio della luna di Gianfranco Albano (2007).  Nel 2002 vedono la luce il singolo Jamila e l’album Calura.  Nel maggio 2007 esce Luna Khina, l’album è nuova tappa di una ricerca artistica e personale in cui, spaziando tra sonorità siciliane, africane, indiane e peruviane, l’idea dell’energia ciclicamente rinnovabile, strettamente legata alle fasi lunari, si incontra musicalmente con sonorità rap, reggae ed elettroniche.

La loro musica è viscerale, mediterranea, elettronica, antica e moderna; è oltre ogni possibile descrizione, va ascoltata e amata. Non raccontata.                                                                                                                                                                                                            

Perché la voce di Rosie Wiederkeher è pronta a stregare il pubblico con le doti straordinarie della sua vocalità. Perché Tonj Acquaviva, voce e percussioni, e Mario Crispi, fiati arcaici ed elettronici, sono musicisti eccellenti e insieme a Rosie da vent’anni sono l’anima di un gruppo che ha fatto la storia della world music europea. Perché il cuore musicale degli Agricantus è stato ottimamente supportate da Paola Caridi alla batteria, Michele Frontino al basso e Massimo Garritano alle chitarre.   

Tra  i successi vecchi e nuovi gli Agricantus ci conducono per mano nel loro viaggio tra le musiche del mondo. Si parte con Hala Hala, Gyantse, Talia. Poi è la volta di Istanbul, Ciavula e Habibi. Pachamama per ricordare « più spesso la nostra madre terra» ; poi è il momento della dolcezza con Carizzi e Nichi «dedicata ai nostri bambini, ai nostri piccoli» . Il viaggio continua con Ljuljuten e Sarvasattva. Presence, Jusu e susu, Comu ventu e Azalai sono altri brani da non perdere.

Radio Studio Centro CRS e altre fonti dalla Rete.                                                                                                                                                 

                                 

 

Biografia di Gino Paoli

 

Gino PaoliE’ un signore di settant’anni appena compiuti e ben portati. I baffi e i capelli sono bianchi da un po’. Da qualche tempo, grazie a un piccolo intervento chirurgico, ha pure smesso gli occhiali che portava fin da ragazzo per correggere la miopia da talpa. Il piccolo cambiamento, da parte di chi non ha mai badato al look, dà al personaggio un lieve tocco di novità. Per il resto, rimane attaccato alle cose in cui ha sempre creduto: l’amore e la libertà.  E continua a fare con passione il mestiere del cantautore, quello di chi trova le parole giuste e le coniuga con la musica per poi cantarle, come fanno gli artigiani che producono pezzi unici e non in serie. Compone e canta da oltre quarantacinque anni (per la precisione, La gatta, è del 1960 ma le prime incisioni di pezzi non suoi sono del 1959). Ora canta perfino meglio.  La voce è piena, ha le tonalità giuste e emoziona. Oltre che un cantautore impareggiabile, è un interprete di prima qualità. Pochi sanno presentarsi al pubblico, in teatro o in tv, con la sobrietà e l’eleganza che gli sono abituali.
Gino Paoli è il decano in piena attività della musica leggera italiana. Appartiene alla categoria di coloro, e sono pochi naturalmente, che si sono tolti quasi tutti gli sfizi sia nella vita pubblica sia in quella privata. Ha saputo pigliarsi anche numerose rivincite. Tutti hanno dovuto prendere atto che la bravura di Paoli non si discute. Ha dovuto piegarsi anche l’industria del disco, che a un certo punto voleva trattarlo come un cantante di revival e rifiutava di fargli incidere nuove canzoni. Pure la pubblicità è andata a cercare il maestro della canzone. Prima una marca di whisky, e lui ha accettato perché non gli pareva vero che lo pagassero per bere il liquore che più gli piace. In seguito è stata la Fiat, quando doveva lanciare la nuova Cinquecento, a chiedergli di apparire negli spot. Lui ha di nuovo accettato perché il ricordo delle prime Cinquecento lo inteneriva.
Anche la politica, a un certo punto, è andato a cercarlo. Paoli è stato deputato del Pci dal 1987 al 1992, eletto nella circoscrizione di Napoli, prima di tornare sopra un ramo a cantare le sue canzoni perché la politica politicante non si addiceva a chi dichiara tuttora di non sapere, di avere il dubbio come unica certezza e di preferire che a ogni domanda ne segua un’altra. Le sue proposte per tutelare gli autori, diffondere la musica nelle scuole e nelle carceri minorili non furono accettate. C’erano altre urgenze, come se la musica non aiutasse a sviluppare sensibilità nascoste e non fosse un linguaggio universale. E’ tornato alla politica solo per un breve periodo come assessore alla cultura nel comune di Arenzano, pochi passi da Genova. Ora dà il suo contributo di idee e proposte su diritto d’autore, sull'esorbitante prezzo dei cd e pirateria discografica nell’Assemblea dei soci della Siae dove è stato eletto.
Paoli ha scritto una decina di canzoni che resteranno nel patrimonio della musica leggera non solo italiana (Senza fine, il ritratto di Ornella Vanoni dopo il primo incontro, ha fatto il giro del mondo e figura nel repertorio di molte orchestre). Ha superato la boa dei quattro decenni passati sui palcoscenici e nelle sale d’incisione. Ha partecipato per scelta solo a cinque Festival di Sanremo (1961, 1964, 1966, 1989, 2002). E due volte ci è andato per fare un piacere a due amici: Adriano Aragozzini nel 1989, Pippo Baudo nel 2002 (eh sì, non sa dire di no agli amici). Ma nel 2004 ha vinto il Premio alla carriera che gli è stato consegnato sul palco dell’Ariston senza dargli nemmeno il microfono per dire due parole, mentre l’anno prima era in gara (terzo classificato con Un altro amore) e quello prima ancora faceva parte della giuria di qualità del Festival. Ci ha fatto conoscere le canzoni di Manuel Serrat, Jacques Brel, Piero Ciampi e Leo Ferré (quelle di Georges Brassens non le mai incise, anche se il cantastorie francese è stato il suo primo ispiratore e Paoli, adesso che si è tolto le lenti, gli assomiglia perfino un po’ con gli stessi baffi bianchi). Ha aiutato a muovere i primi passi canori a Luigi Tenco, Lucio Dalla, Fabrizio De André e Zucchero, tra gli altri. Ha dato una mano a Umberto Bindi, quando l’Italia bacchettona cercava – come poi è avvenuto – di buttare nel cestino l’autore di Il nostro concerto perché non celava di essere gay. Quando ha festeggiato le quattro decadi di carriera, si è esibito al Teatro dell’Opera di Roma rompendo la sacralità di quel luogo destinato solo alla musica colta. Per l’occasione, era accompagnato da un’orchestra sinfonica che poi lo ha seguito in un giro di concerti. In passato ha scritto alcune canzoni per il film Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci (Vivere ancora, piccolo gioiello, viene da lì), per lo spettacolo teatrale Emmetì di Luigi Squarzina e per alcuni film interpretati da Stefania Sandrelli (Una lunga storia d’amore ha questa genesi). E tra i primi arrangiatori dei suoi dischi ha avuto perfino il maestro Ennio Morricone.
Cos’altro chiedere alla carriera, per chi ha iniziato come pittore e disegnatore pubblicitario tra i carruggi di Genova (tra Pegli, Boccadasse e la Foce non poteva che nascere Sassi) e in seguito si è trovato a fare il capostipite dei cantautori genovesi pur essendo nato a Monfalcone e trapiantato in fasce nel capoluogo ligure? La canzone è stata per Paoli la maniera di esprimere desideri, domande, melanconie, emozioni e chiedersi dei perché. Lui ha usato le canzoni per esprimersi. Le ha scelte per caso, forse solo perché lo pagavano meglio che come disegnatore, ma poi ha scoperto che quello era il suo mestiere. Poi, ancora, ha regalato quelle canzoni agli altri come fossero degli utensili. E noi continuiamo a usarle e a canticchiarle.
Certo, ci sono stati anche momenti di crisi. Come alla vigilia del 1968, quando le canzoni di Paoli – anche per colpa di un suo sbandamento esistenziale – non incrociavano il gusto del pubblico, le sensibilità politiche del momento e lui si acconciò per qualche tempo a fare l’oste a Levanto. O come quando le case discografiche gli proponevano di incidere solo i vecchi successi degli anni Sessanta e Paoli rifiutò per orgoglio, convinzione e perché sapeva che alla lunga avrebbe vinto lui. C’è stato infine il grande ritorno, prima in una serata al Pincio, a Roma, nel 1975 come ospite d’onore della festa dei giovani comunisti organizzata da Gianni Borgna, Goffredo Bettini e Walter Veltroni. Poi ancora in una esibizione con Ornella Vanoni nel Festival dell’Unità di Roma del 1984, a cui seguirono una fortunatissima tournée e un disco da collezionisti (Insieme).
Da quel momento in avanti, Paoli è restato sul piedistallo e non l’ha più abbandonato. Ha inciso dischi ogni volta che gli è venuta la giusta ispirazione, è tornato in hit parade nel 1991 (Quattro amici al bar), ha tenuto concerti, ha interpretato le sue canzoni in chiave jazz con il gruppo di Enrico Rava (trombettista eccelso), ha partecipato alle trasmissioni televisive che gli pareva. Poi una nuova tournée nel 2005, ancora con la Vanoni per ricantare l’amore e lanciare l’ultimo disco, Ti ricordi? No, non mi ricordo (preziosa nel cd la collaborazione nella produzione artistica di Sergio Bardotti).
Nella vita personale la fortuna è stata eguale. Paoli si è accompagnato con alcune delle donne più belle degli anni Sessanta.                   Si è avvicinato alla morte sparandosi una pallottola che è rimasta a fargli compagnia a pochi centimetri dal cuore. Si è sposato due volte (con Anna Fabbri e Paola Penzo che gli sta vicino da trent’anni) e ha avuto quattro figli (Giovanni, Amanda, Nicolò e Tommaso) in epoche diverse per rimanere ragazzo (in Cosa farò da grande dichiara di essere più sprovveduto dei suoi figli). Da pochi anni è diventato nonno e ha sempre dichiarato che la sua famiglia è composta da tutte le persone che ha amato e che ama perché gli amori non finiscono mai, semmai si trasformano (di solito, per ribadirlo, indossa due fedi nella mano sinistra).
Il Paoli che ha festeggiato i settant’anni espone con eleganza il viso segnato dalle rughe che sanno di vita vissuta e di lupo di mare.      Ora è un artista che ha fatto pace con se stesso, oltre che con l’amore, le donne e la quotidianità ma sa graffiare ancora come i gatti. Per questo, si è concesso il ritorno sulle scene con Ornella Vanoni. E’ la conferma dell’amicizia e della stima che si rinnova a due decenni di distanza dalla prima tournée. Si sono amati all’inizio degli anni Sessanta, in seguito si sono detestati, poi c’è stato un percorso che ha elaborato la separazione e li ha fatti rincontrare. “Il fatto che noi per molto tempo non ci fossimo frequentati, non ci fossimo visti, non ci fossimo parlati ci procurò un danno”, racconta la Vanoni.
Guai, però, a pensare che Paoli abbia rinunciato alla sua vena contestatrice. Basta ascoltare Se, il cd uscito nel 2002, per rendersene conto. Niente di nuovo a Est e Se la storia siamo noi – o Matto e vigliacco di qualche anno prima – sono canzoni contro la guerra, tutte le guerre, quelle giuste e quelle ingiuste, e contro chi non pensa con la propria testa. E, naturalmente, ci sono canzoni d’amore. Anche queste, come sempre, non sono banali. Per Paoli, l’amore assomiglia a un teorema che non si può risolvere: è vetrina di sentimenti e emozioni, uguaglianza e non possesso, condivisione e non solo progetto, confidenza e passione assieme. Per questo, può durare un giorno, un mese, un anno o tutta la vita come canta nel recente disco con la Vanoni (Io non t’amerò per sempre è una bizzarra dichiarazione d’amore). Per questa originalità, Gianni Borgna ha definito Paoli “l’Ungaretti della canzone italiana”.
La coerenza dello stile e dell’immaginario di Paoli (la parola “coerenza”non gli piace ma in questo caso è quella giusta) lo si ritrova proprio in Ti ricordi? No, non mi ricordo, il disco inciso per l’appunto con la Vanoni. In tempi di nuove guerre e nuovi terrorismi, la scommessa è tornare a parlare di amore tra uomini e donne, tra persone che dialogano con altre persone e con la realtà che le circonda pensando che “se il mondo fosse simile a te – come recita una canzone del cd – ci starei meglio, si correrebbe di meno, si guarderebbe più il cielo…”. Paoli ci suggerisce di riscoprire la lentezza negli anni di internet e del consumo da bruciare in fretta. Tra le canzoni nuove, spiccano Fingere di te, Boccadasse, Una parola. Disco e tournée sono stati anche la maniera giusta di festeggiare due compleanni numero settanta (Ornella è nata il 22 settembre 1934, Gino il giorno dopo dello stesso anno). Paoli e Vanoni, per l’occasione, si sono pure raccontati in un libro-conversazione con Enrico de Angelis (Noi due, una lunga storia, Mondadori).
Dove sta il segreto di Gino Paoli? L’uomo e il cantante non sono facili al primo impatto. Lui è consapevole che gli hanno cucito addosso la fama di scontroso e irritabile (un po’ lunatico di sicuro lo è, almeno come tutti i liguri). Il 26 settembre 2004, tre giorni dopo il suo settantesimo compleanno, Paoli ha scritto sul suo sito internet: “L’affetto che ho sentito venire verso di me in quest’occasione mi ha stupito (in fondo mi considero un antipatico e polemico rompicoglioni) e mi ha fatto sentire al caldo. Grazie a tutti”.
L’uomo, checché se ne dica, si è sempre concesso agli altri quando c’era una giusta causa da difendere, anche se a lui non piacciono le bandiere e le verità di una parte sola. Ha aiutato Emergency di Gino Strada, ha cantato contro l’embargo economico a Cuba, ha organizzato concerti per la popolazione colpita da un’alluvione a Stava, è stato testimonial di una campagna contro le mine da guerra.    Lo ha sempre fatto con parsimonia, discrezione, contro le mode, cercando di essere giudicato non per quello che appare ma per quello che è.
Poche volte ha pure fatto l’opinion maker, come nel 1991 quando L’Espresso gli dedicò la copertina con il titolo “L’amore al tempo di Andreotti” e l’occhiello: “Sorpresa d’agosto. L’Italia del malessere canta Gino Paoli. Perché?”. L’autore del reportage era Ferdinando Adornato, che voleva capire perché nell’Italia che cambiava solo due persone non avevano abdicato: Giulio Andreotti nella politica e Gino Paoli nella musica. Oltre un decennio dopo, con un ribaltone, Adornato è diventato deputato di Forza Italia, Andreotti vive nell’ombra mentre Paoli è ancora lì in prima fila a dimostrare che ha sette vite, come gli amati gatti che per lui sono gli animali più liberi che ci siano. L’autore di Il cielo in una stanza, Che cosa c’è, Sapore di sale appartiene ormai alla storia d’Italia, alla traiettoria degli italici sentimenti e costumi. Tra i suoi tanti primati, può vantare di aver battuto perfino la longevità di Andreotti.
La spiegazione della durata artistica di Paoli sta nel suo stile, rimasto uguale negli anni, capace di rinnovarsi nelle sonorità e negli arrangiamenti grazie a due raffinati collaboratori come Beppe Vessicchio e Adriano Pennino. Una canzone di Paoli, il buon intenditore, sa riconoscerla dal giro armonico, dalla costruzione musicale, dalle parole che esprimono un immaginario preciso. Per questo, non si contano più le generazioni che si sono innamorate, divorziate, riconciliate e arrabbiate con le canzoni di Gino.
Vale la pena chiudere questo ritratto con le parole dello stesso Paoli: “Non ho mai vissuto o agito in maniera diversa da quello che sentivo. La mia carriera di cantautore è stata una battaglia dall’inizio alla fine, nel senso che non ho mai concesso niente, non mi sono mai venduto, non ho mai tentato di avere qualcosa che non mi spettasse, non ho mai cercato di ottenere qualcosa con altri mezzi se non con ciò che scrivevo e cantavo, neanche un sorriso facevo per paura che sembrasse una maniera per vendermi”.
Questa onestà dev’essere arrivata al pubblico, che ora lo ama come si amano i grandi artisti.

di Aldo Garzia (da www.ginopaoli.it)                                                                                                                                                                     

 

 

Biografia di Lucio Dalla

 

Lucio DallaLucio Dalla nasce a Bologna il 4 marzo 1943. Comincia a suonare sin dalla giovanissima età: quindicenne, passa dalla fisarmonica al clarinetto e - trasferitosi a Roma - entra a far parte d'un complesso, la Second Roman New Orleans Jazz Band. Nel 1962 entra come clarinettista nel gruppo dei Flippers composto da personaggi destinati ad affermarsi nel mondo del giornalismo e dello spettacolo. Il suo debutto nella canzone avviene nel 1964 grazie all’interessamento di Gino Paoli che ha intenzione di fare di Dalla il primo cantante soul italiano e lo indirizza verso questo genere. Gli anni dal 1965 al 1970 lo vedono impegnato su due fronti, quello della sperimentazione che spesso entra in contatto con il movimento beat, e quello delle prime composizioni musicali che si avvalgono dei testi di autori come Sergio Bardotti, Gianfranco Baldazzi e Paola Pallottino. Nel 1970 il primo successo come compositore: Gianni Morandi incide la sua “Occhi di ragazza” e la porta in vetta alle classifiche di vendita. Il 1971 segna l’inizio della sua irresistibile ascesa: al Festival di Sanremo presenta “4/3/1943”, ribattezzata da tutto il pubblico “Gesù Bambino”. Seguono “Piazza Grande”, “Il gigante e la bambina” e “Itaca”, tutti brani destinati ad entrare nel suo immenso repertorio. Dal 1974 al 1977 collabora con il poeta bolognese Roberto Roversi. La testimonianza di questo sodalizio è affidata a tre album “storici”: “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili”. Attorno a queste opere nascono altrettanti spettacoli teatrali.
Nel 1977, con l’album “Come è profondo il mare”, Dalla debutta anche come autore dei testi delle proprie canzoni, inaugurando la sua “stagione cantautorale” a pieno titolo. Arriva il grande consenso popolare, un trionfo incondizionato reso tale anche da immensi tributi di stima che l’artista raccoglie nel successivo “Lucio Dalla” (1978) e in “Banana Republic”, la tournèe - evento (e relativo disco dal vivo) del 1979 con Francesco De Gregori. Seguiranno: “Dalla” (1980); “Lucio Dalla Q-disc” (1981); “1983” (1983); “Viaggi organizzati” (1984); “Bugie” (1986) e “Dallamericaruso” (1986), doppio dal vivo con la canzone-capolavoro “Caruso”, unanimemente riconosciuta come una delle più belle mai scritte nella storia della musica contemporanea, venduta in nove milioni di copie in tutto il mondo in decine di versioni. L’interpretazione di Luciano Pavarotti ne suggella l’infinita grandezza. Il biennio 1988 - 1989 è tutto dedicato al progetto Dalla-Morandi: disco e tournée registrano un altro grande successo. Nel 1990 la canzone “Attenti al lupo”, inserita nell’album “Cambio”, detiene il record di vendite in Italia con quasi 1.400.000 copie. Segue il tour, documentato nel live “Amen” e, nel 1994, l’album “Henna”. Il 1996 è l’anno di un altro significativo traguardo discografico: l’album “Canzoni” supera 1.300.000 copie classificandosi come l’album più venduto del decennio in Italia. Oltre ad essere autore e interprete di canzoni di assoluto valore, Lucio Dalla ha mostrato in più occasioni di essere eclettico e geniale in altri campi, tanto da intraprendere vere e proprie carriere parallele, come ad esempio quella di compositore di musiche da film per Monicelli, Antonioni, Giannarelli, Verdone, Campiotti, Placido e altri.  Per non parlare poi delle sue avventure nel linguaggio televisivo che lo hanno portato ad ideare programmi di grande successo come “Taxi” (Raitre), “Te voglio bene assaje” (Raiuno), “Mezzanotte: angeli in piazza” (Raiuno), fino a “La Bella e la Besthia” (Raiuno, 2002) con l'attrice Sabrina Ferilli.
Ha curato inoltre per anni una galleria d’arte contemporanea a Bologna, la NO CODE, sede di eventi e happening extra-musicali, mentre non potevano rimanere fuori dal suo campo di azione la musica jazz e la classica: della prima non si contano le collaborazioni, molte delle quali rimaste anonime; della seconda ricordiamo la sua versione di “Pierino e il lupo” di Prokofiev (1997) rappresentata con grande successo anche a Roma nell’Auditorium di Santa Cecilia. Nelle estati del 1998 e 1999 è in tournée con la Grande Orchestra Sinfonica di 76 elementi diretta dal maestro Beppe D’Onghia con la quale rilegge i brani più famosi del suo repertorio. Nel 1999 esce il nuovo album “Ciao” seguito, nel 2000, da un tour che registra ovunque il tutto esaurito. Il 2001 è l’anno di “Luna Matàna”, un album che riporta Dalla nella sua dimensione più classica, quella della grande ispirazione madre di nuovi capolavori come “Kamikaze” e “Siciliano”. Nel 2001 l’editore Einaudi dedica a Lucio Dalla un cofanetto contenente tutti i testi delle canzoni e un video: “Parole e canzoni” è curato da Vincenzo Mollica. Alla fine del 2001, quasi a dare un seguito scritto all’album “Luna Matàna”, esce il primo libro di racconti scritti da Lucio: “Bella Lavita”, edito da Rizzoli, è un successo di vendita. L’album antologico del 2002 “Caro amico ti scrivo”, 16 successi in un arco di trent’anni, e il DVD “Retrospettiva” (videoclip, filmati live, rarità televisive, galleria fotografica, basi musicali e testi delle canzoni), uscito in concomitanza del suo 60° compleanno nel marzo 2003, completano la cronologia. Ancora, nell’anno accademico 2002 - 2003, Dalla è docente di “Tecniche e linguaggi pubblicitari” presso l’Università di Urbino. Ma il 2003 è anche il momento di “Tosca. Amore disperato”, l'opera totalmente inedita che Dalla scrive ispirandosi alla “Tosca” di Puccini. La "Tosca" dalliana, considerata una delle più grandi rappresentazioni teatrali mai realizzate, debutta a Roma il 23 ottobre al Gran Teatro dopo una seguitissima anteprima nel "luogo del delitto", ovvero Castel Sant'Angelo, nella "Notte Bianca" romana del 27 settembre. La straordinaria creatività di Dalla non si ferma qui: alla fine del 2003 esce infatti anche il suo nuovo album "Lucio", titolo che rimanda a lavori mitici come "Dalla" e "Lucio Dalla". E come questi capolavori del passato, offre una serie di brani candidati a diventare delle pietre miliari del suo repertorio. Da "Prima dammi un bacio", colonna sonora dell'omonima opera prima del regista Ambrogio Lo Giudice, a "Le stelle nel sacco" e "Yesterday o Lady Jane?”; ai due unici brani tratti da "Tosca", “Per Te” e "Amore disperato" , cantata in duetto con Mina, a "Ho trovato una rosa" , la versione italiana con un nuovo testo di "Bachata Rosa" del cantautore dominicano Juan Luis Guerra. Tra le sorprese è impossibile poi non citare lo strumentale "Over the Rainbow", l'immortale tema del "Mago di Oz". “Tosca : Amore disperato” ha già superato i 350.000 spettatori nelle rappresentazioni di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Trieste, Napoli, Verona, Klagenfurt. Tra il 2004 e il 2005 il cantautore bolognese ha proposto, nei maggiori teatri e spazi italiani, i suoi classici in versione jazz, con una serie di concerti accompagnato con una straordinaria formazione di grandissimi musicisti Jazz (Stefano Di Battista, Dedè Ceccarelli, Julian Mazzariello, Rosario Bonaccorso): dovunque il tutto esaurito. Ha interpretato il ruolo di Sancho Panza nel film “Quijote” con la regia di Mimmo Palladino: il film è stato presentato nella sezione Orizzonti del festival del Cinema di Venezia nel 2006. Nello stesso periodo ha curato la regia teatrale dell’Opera lirica Arlecchino di Ferruccio Busoni che è stata rappresentata al Teatro Rossini di Lugo di Romagna, nell’ambito del Lugo Opera Festival. L'opera è stata inserita nel cartellone 2007 del Teatro Comunale di Bologna. Ritornando alla discografia, nel 2006 la Sony/Bmg pubblica “12000 lune” è un triplo compact disk contenente oltre 50 tra i suoi più grandi successi e 3 brani inediti, per il cui disegno in copertina è stato scomodato Milo Manara. Un titolo e una copertina d'autore - che racchiudono un po' tutto il mondo di Lucio Dalla: il mare, con il timone in mano ben saldo che tiene la rotta verso quel futuro cui l'artista ha sempre guardato (citazione, tra l'altro, dello storico video di "Washington" del 1984); la luna, qui addirittura 12.000, questa "palla che incombe e che sembra schiacciare tutto, questa palla che fa paura e tenerezza e che ispira i poeti"; e poi il disegno stesso, indizio dell' altra grande passione del nostro per le arti figurative. Insomma niente di meglio e più simbolico per un cofanetto che racchiude in tre compact 40 anni di canzoni e vita, la sua e la nostra. che contiene anche tre “preziosi” inediti.
Il titolo della raccolta, “12000 lune”, non è stato tra l’altro scelto a caso, visto che è stato lo stesso Dalla ad affermare che dal suo primo disco ad oggi sono passate in cielo circa 12mila lune, e che molto spesso le sue canzoni sono state composte al chiaro di luna nello studio della sua barca “Brilla & Billy”. Nel 2007 viene pubblicato il disco Il Contrario di Me, un altro grande successo di Lucio Dalla con gli ascoltatissimi: Due dita sotto il cielo, Malinconia di ottobre e Liam. Ultimo lavoro discografico, pubblicato nel 2008, LucioDallaLive - La neve con la luna. Lo stile poetico di Dalla è per certi versi antitetico a quello di cantautori classici; la sua scrittura ovviamente non ha alcuna pretesa di erudizione o formalismo, gioca a volte con allegria e a volte con inquietudine con la lingua di tutti i giorni, corre sul crinale della libera associazione e delle assonanze. Dalla è sempre originale e mai ripetitivo, come nella vita. Recentemente ha rilasciato una intervista a un quotidiano cattolico online dove afferma di non essere "mai stato né marxista, né comunista" e di essere concorde con le affermazioni riguardanti il lavoro fatto dal fondatore dell'Opus Dei,  San Josemaría Escrivá de Balaguer. In una partecipazione televisiva ha poi dichiarato di essere una persona avulsa dal senso di vergogna, e di portare un parrucchino. Nel 2008 a Bologna, Lucio Dalla, mette in scena L'opera del Mendicante di John Gay, interpretata dalla cantante e attrice Angela Baraldi e Peppe Servillo degli Avion Travel.

Lucio Dalla è deceduto il 1° marzo 2012 a Montreaux in Svizzera a causa di un infarto, all'età di 69 anni.

Radio Studio Centro CRS (e da www.luciodalla.it)                                                                                                                                                

 

 

Roberto Vecchioni

 

Roberto Vecchioni - Di rabbia e di stelle“…DI RABBIA E DI STELLE”  l’ultimo lavoro di Roberto Vecchioni, ci rovescia addosso una tale dose di dolore e disillusione, da chiederci alla fine dell’ascolto se forse il problema non siamo noi, la nostra pochezza di sentimenti e gli occhiali rosa con cui forse vogliamo nasconderci la drammaticità dei tempi in cui viviamo. Ma quando un grande artista parla – ed era qualche anno che Vecchioni non scriveva più nuove canzoni – bisogna fermarsi e stare ad ascoltare. Forse ci sta suggerendo qualcosa per illuminare i nostri malesseri, o forse ci sta semplicemente mostrando la strada della sincerità. Non è soddisfatto del mondo e dell’Italia in cui viviamo Vecchioni, e questo lo fa arrabbiare. Non è questione di grillismo o di cattiva politica: è la volgarità e la banalità dei tempi, ingiustizie comprese, a suscitare le ire del nostro. E anche il modo con cui rispondiamo, noi adulti, noi che il pallino l’abbiamo in mano, alle domande dei nostri figli. Poi c’è l’amore… Vecchioni è maestro della canzone d’amore, da sempre. Ma stavolta le sue sono canzoni dell’amore in crisi, canzoni dell’aridità del cuore, di una aridità riconosciuta, ammessa senza vergogna, confessata. Canzoni dell’impotenza ad amare, dell’amarezza nel ritrovarsi vuoti. Canzoni del tempo che passa e che speravamo ci trovasse diversi. Più che un disco, un blues.

Però fermi tutti: questo non vuol dire che “…DI RABBIA E DI STELLE” sia un disco triste, tedioso, da poeta in disarmo. Al contrario è un disco pieno di vita, di scatti, di inventiva e di invettiva, di romanticismi e di lame taglienti, di allegrie musicali, di filastrocche, di nonsense, perfino di parolacce (ma solo quando le parole sembrano anche quelle troppo “buoniste”). Insomma è un disco da grande ritorno, da Vecchioni in gran forma. E musicalmente perfino doppio, affidato com’è per metà alle cure musicali di Lucio Fabbri e per l’altra a quelle di Patrizio Fariselli. Meglio due chiavi di una, meglio due strade che una sola. Eppure c’è un unità finale di risultato che rende “… DI RABBIA E DI STELLE” uno dei più bei lavori di tutta la carriera di Roberto Vecchioni.

Le canzoni: 

LA RAGAZZA COL FILO D’ARGENTO

La vecchia, cara, antica metafora, la possibilità doppia, tripla, quadrupla di interpretare un testo, nella stessa onda dei migliori Dylan e De Gregori. E poi gran spolvero di folk rock alla Tom Petty, anche se solo il nostro sa inventarsi slogan musicali come: “Mandate via questo sole/sto fottutissimo sole”.

NON LASCIARMI ANDARE VIA

Primo pezzo da novanta. Della melodia del ritornello non vi sbarazzerete tanto facilmente: è una delle più belle e complesse che Vecchioni abbia mai scritto. Ha retrogusti tardo romantici, profumi tristi di melodramma, sottili spostamenti armonici battiateschi. E il testo è puro struggimento: “Ed improvvisamente hai dimenticato /com’era bello l’amore/e te ne vai in giro/come un vecchio cane sfiancato/che non sente più nessun odore”. Disillusione, disamore dell’amore.

NEANCHE SE PIANGI IN CINESE

Il vecchio leone non sbaglia un colpo: nel titolo c’è tutta la filosofia della canzone. Mandolini, country rock campagnolo, ironia corrosiva. Rivendicazione divertita della propria differenza maschile, sottolineatura forte della propria autonomia. Ma con una chiusa d’amore e di perdono.

OH AMORE AMORE AMORE

Vecchioniana al quadrato, secca ma melodica, avvolgente. Molto francese (“Oh, amore, amore amore/quante bugie abbiamo detto all’amore”), molto viscere messe sul tavolo: “Io non capivo, non sentivo, non leggevo/non vedevo mai, quello che avevi in cuore/ma cosa avevi in cuore?”

COMICI SPAVENTATI GUERRIERI

Sono i ragazzi di oggi, i nostri figli. Pieni di domande, pieni di casini, pieni di voglia di assaltare il cielo: “Hanno un bagaglio di speranze deluse/come onde che si infrangono sugli scogli”; ma che ricevono in cambio la meschinità di noi adulti: “Un mondo che avete storpiato/ingannato, tradito, massacrato”. Ed ecco l’alto là di Vecchioni: “Non azzardatevi a toccarli mai/non azzardatevi a giudicarli/tirate via le vostre sporche mani/non confondetevi coi loro sogni”. Lui padre, lui adulto, però si mette da un’altra parte: “I poeti non saranno anche nessuno/ma hanno il potere di sputtanarvi”. Energetica, ruvida, perfino un po’ manichea. Ma forse oggi servono anche canzoni in bianco e nero, senza mezzi toni.

AMICO MIO

Canzone notturna, griffata dal jazz di Fariselli (pianoforte) e Dalla Porta (contrabbasso). Canzone di amicizia virile e di tristezza, canzone dell’amico che se ne è andato, blues senza negritudine con insoliti archi forse di quaranta, cinquant’anni fa. Ma che dopo tanti sound ubriacanti sembrano nuovi, mai ascoltati prima. Una strofa smuove qualcosa dentro: “Amico mio/siamo qui accecati in un abbaglio/e ogni tanto si apre uno spiraglio/e in un canto di miseria grande/ci batte il cuore”.

QUESTI FANTASMI

Il capolavoro di Eduardo non c’entra niente. C’entra invece Guccini, e la sua “L’avvelenata”. Perché questa, senza tema di smentita, è l’avvelenata di Roberto Vecchioni, invettiva furente e divertita verso i fighetti d’ogni tempo e latitudine. Rockettara, spumeggiante di insulti in rima baciata, alternata e incrociata, regala allegria e belle risate.

NON AMO PIƯ

Solo chitarra acustica e voce: canzone di delusione di sé, sincera, intensa, commossa. Il cantautore si sente arido e stanco, e lo dice senza pudore: “Sarà questo rivedere la mia vita/come un grande inimitabile perduto amore/Sarà che mi sento stanco/di pensieri, di parole, di persone e anche di idee”. Chi vive con un briciolo di verità non può non riconoscersi, magari con la voglia di ricominciare tutto da capo.

MOND LADER

(Mondo ladro) Una specie di reggae-rock in milanese, il milanese dei figli di “terroni”, dei meticci come Vecchioni, Jannacci e praticamente di tutti noi che siamo cresciuti a Milano. Altra invettiva furente e un po’ buttata lì, come dal vetro di una portineria da dove un saggio portiere guarda il passaggio di troppi brutti ceffi e scuote sconsolato la testa. Ma in fondo ci ride anche un po’ su.

TU, QUANTO TEMPO HAI?

Entra di diritto nel novero dei capolavori vecchioniani: potente, commovente, emozionante. Un pendolo ritmico perfetto fra pianoforte, archi e batteria, un titolo emblematico della raggiunta, forse amara, maturità. “E tu, quanto tempo hai?/tu, quanto amore hai?” Si può restare indifferenti a domande così importanti, specie se dipanate lungo una melodia verdiano-napoletana così struggente?

IL CIELO DI AUSTERLITZ

Si vede che le stelle dicono “Guerra e pace” di Tolstoj. Perché questa splendida ballata ispirata al grande romanzo del maestro russo avrebbe potuto figurare alla perfezione nella colonna sonora del grande film televisivo che proprio quest’autunno invaderà gli schermi tv di tutta Europa. Vecchioni, avvolto dai sapori cajkovskiani di Fariselli, si mette nei panni del principe Andrei Bolskonskij, ferito e disilluso dalla guerra perduta contro Napoleone: “Come è lontano, Dio, lontano il cielo/da tutto quello che ho creduto vero”. Mestiere, intensità, letteratura, senso di Dio e dell’umana pietà: un Vecchioni superlativo, definitivo come un classico.

IL VIOLINISTA SUL TETTO

Ancora ironia e sberleffo, e grande perizia linguistica. Il modello è la canzone popolare e Vecchioni ci si immedesima alla grande. Dominano l’irriverenza e il divertimento, in un catalogo di invenzioni che mostra il grande mestiere di versificatore del nostro. Ed è forse anche il più spumeggiante degli splendidi arrangiamenti di Lucio Fabbri. La parte della madre, a sorpresa, è affidata a una divertita Teresa De Sio, che vi aggiunge un di più di irruenza e di allegra napoletanità. Praticamente un antidoto alla tristezza.

LE ROSE BLU

Della voce di Roberto Vecchioni, fin qui non abbiamo detto. Lo diciamo per questa ballata del dolore segreto, quasi una preghiera al destino affinché muti il suo sguardo su di noi. E’ qui che Vecchioni dà il meglio di sé, è qui che parla al cuore e alla pancia, avvolto solo dal soffio di un corno e da intensissimi archi. Lasciamo a chi ascolta di cogliere la voce segreta di questi versi tristi e appassionati, fra i più belli che Vecchioni abbia mai scritto.

 “…DI RABBIA E DI STELLE”  un disco tutto da ascoltare!

Radio Studio Centro CRS (e da www.vecchioni.it)                                                                                                                                                

 

 

Biografia di Francesco De Gregori

 

Francesco De GregoriFrancesco De Gregori nasce a Roma il 4 aprile 1951, da Giorgio De Gregori, padovano, direttore della Biblioteca Pontificia, e Rita Grechi, insegnante di lettere, venne chiamato in questo modo per ricordare lo zio Francesco, partigiano, comandante delle brigata Osoppo con il nome di battaglia Bolla, trucidato a Porzus (Friuli) insieme ad altri partigiani.
Trascorre alcuni anni della sua infanzia a Pescara per poi tornare a Roma sul finire degli anni '50; frequenta il liceo classico Virgilio.
Nel 1966, insieme al padre e al fratello Luigi, maggiore di sette anni, si reca a Firenze per prestare soccorso alla popolazione colpita dall'alluvione. Come ha raccontato egli stesso, proprio nel 1966 impara a suonare la chitarra. Grazie al fratello inizia ad esibirsi in pubblico. Luigi infatti, con il nome d'arte di Ludwig, si esibiva ogni settimana al Folkstudio, presentando canzoni tradizionali statunitensi e brani scritti da lui. Un giorno, agli inizi del 1970, Francesco fece ascoltare al fratello una canzone che aveva appena scritto intitolata Buonanotte Nina, i cui accordi erano presi da una canzone di Fabrizio De André ma eseguiti nella sequenza inversa. Luigi la imparò e la cantò al Folkstudio con successo, per cui propose al fratello di andare a cantarla la domenica successiva, cosa che Francesco fece.
Al Folkstudio De Gregori conobbe molti musicisti e si esibiva in uno spazio del programma denominato "I giovani del folk", divenuta poi la denominazione usata anche per le esibizioni nel resto d'Italia.

Alla fine del 1971 De Gregori ottiene un contratto discografico con l'etichetta IT. Come retribuzione per la registrazione di uno special televisivo magiaro, De Gregori ottenne un viaggio premio in Ungheria  e propose il viaggio ad Antonello Venditti, che lo accettò.    Durante il viaggio i due decidono di costituire un duo e realizzano l'album Theorius Campus, pubblicato nel giugno del 1972, in cui De Gregori include una canzone, La casa del pazzo, con la musica scritta da Lo Cascio, suo collaboratore degli esordi e che inizialmente si esibiva con lo stesso De Gregori.
Il titolo del disco è in realtà anche il nome del duo (non essendo presenti sulla copertina i nomi dei due cantautori): esso raccoglie alcuni brani già presentati al Folkstudio, tra i quali Signora aquilone e Dolce signora che bruci di De Gregori, La casa del pazzo di De Gregori/Lo Cascio e Roma capoccia di Venditti. L'album è stato ristampato negli anni successivi anche con il nome di Roma capoccia.

Spinto dai meccanismi della promozione musicale, De Gregori, partecipa al Disco per l'estate con la canzone Alice: l'operazione dà i suoi frutti e permette al suo disco d'esordio di avere un relativo successo. L'idea di partecipare a questo festival volle essere anche una provocazione e derivò dalla tentazione di proporre una canzone del genere accanto ad altre, più tranquillizzanti. Alice non lo sa è invece il titolo del primo album da solista che esce nel 1973. È un disco molto discusso dalla critica per la sua vena ermetica e a tratti incomprensibile. Il De Gregori di questo esordio appare come una presenza fragile (rappresentata da una voce delicata e sognante) e al contempo partecipe delle emozioni che lo coinvolgono. La voce flebile e insieme penetrante intona parole sfuggenti ma al contempo evocative: la storia del XX secolo sembra far da sfondo tanto alle canzoni che più espressamente fanno ad essa riferimento, quanto alle canzoni di carattere più esistenziale. De Gregori inizia, poi, ad utilizzare uno dei suoi cliché più riusciti, il ritratto femminile. Un album molto particolare, musicalmente leggero e insieme complesso, che però non trova consenso tra il pubblico.
Dalla IT, De Gregori passò alla RCA Italiana, che pubblicò l'album Francesco De Gregori. Il disco continua a presentare, sulla linea del precedente, testi estremamente complessi e introspettivi, essendo nel contempo ancora più sperimentale. D'altra parte, gli arrangiamenti sono decisamente più curati e anche l'esecuzione risulta più riuscita. Spiccano le canzoni Bene, Souvenir, Dolce amore del Bahia, Chissà dove sei e due classici: Cercando un altro Egitto (forse il bozzetto più ermetico dell'ermetismo degregoriano) e, soprattutto, Niente da capire. De Gregori considerava all'epoca questo il suo disco peggiore.

Il grande successo arrivò con Rimmel del 1975, uno dei dischi più venduti del decennio, contenente uno dei suoi ritratti più riusciti, l'omonima Rimmel, storia di un addio freddo e distaccato, Pablo (scritta insieme a Lucio Dalla), Quattro cani e Pezzi di vetro, e proseguì con Bufalo Bill dell'anno seguente.
Sempre nel 1975 collaborò con Fabrizio De André per la realizzazione di Volume VIII, passando un periodo nella sua villa in Gallura. Con il cantautore genovese pubblicò la sua canzone Le storie di ieri e collaborò per le canzoni Oceano, La cattiva strada, Dolce Luna. e Canzone per l'estate.

Durante la tournée del 1976, il 6 maggio in una tappa al Palalido di Milano, alcuni ragazzi, appartenenti ai collettivi politici studenteschi salirono sul palco ripetutamente, interrompendo il concerto, per leggere al pubblico loro prese di posizione rispetto agli eventi della lotta politica del periodo e contestarono De Gregori per la contaminazione borghese, le frequentazioni di alberghi lussuosi e soprattutto la strumentalizzazione dei temi cari alla sinistra, per arricchirsi. De Gregori, dopo aver cantato qualche canzone di malavoglia e sottotono, abbandonò il palco. Dopo un nuovo tour alla fine dell'anno interruppe temporaneamente la sua carriera per riprenderla nel 1978 con il riuscito De Gregori, album contenente la famosa canzone Generale.
L'anno seguente fu quello della ripresa dei tour col grande successo Banana Republic assieme a Lucio Dalla, e con Ron e i futuri Stadio, e dell'album Viva l'Italia, contenente l'omonima canzone che entrò di diritto tra le canzoni più sentimentalmente nazionali italiane.

Dopo una pausa De Gregori ritornò nel 1982 con il fortunato album Titanic, a cui seguì il successo de La donna cannone, Q Disc, dell'anno successivo.
Ormai annoverato da critica e pubblico tra i maggiori cantautori italiani e soprannominato "Il Principe", proseguì la sua carriera negli anni successivi pubblicando altri lavori di ottimo livello, come Scacchi e tarocchi (1985) che comprende il noto brano La storia, e Terra di nessuno (1987), contenente Mimì sarà.

Nel 1990, scompaginando le logiche commerciali, De Gregori pubblicò contemporaneamente tre album dal vivo, a cui ne seguì tre anni dopo un altro, Il bandito e il campione, comprendente l'omonimo brano Il bandito e il campione, ennesimo successo di pubblico scritto dal fratello.
Prima di questo, nel 1992 pubblicò Canzoni d'amore. Nel 1996 uscì Prendere e lasciare; nel 1997 La valigia dell'attore, da cui è tratta la traccia omonima, unico inedito del disco, che nel 1998 si aggiudicò la Targa Tenco come miglior canzone dell'anno.

Nel 2001 De Gregori pubblica Amore nel pomeriggio in cui collaborano agli arrangiamenti artisti quali Franco Battiato e Nicola Piovani. Il disco ottiene la Targa Tenco come miglior opera dell'anno. Nel 2002 pubblica insieme a Giovanna Marini un disco di canti popolari e sociali italiani, Il fischio del vapore, ottenendo una inaspettata affermazione di vendite. Sempre nel 2002 è in tour con Fiorella Mannoia, Pino Daniele e Ron. I quattro si esibiscono nei più bei luoghi italiani, e da questa collaborazione nasce il CD live In tour.
Nel 2003 viene pubblicata la biografia "Quello che non so, lo so cantare", edita da Giunti e curata da Enrico Deregibus. Sempre nel 2003, De Gregori partecipa al film di Bob Dylan Masked and anonymous, in cui canta Non dirle che non è così, versione italiana (ad opera dello stesso De Gregori) di If you see her, say hello (da Blood on the tracks del 1975). Nelle note illustrative della colonna sonora di Masked and anonymous, Dylan lo definisce "la leggenda della musica leggera italiana".
Il cantautore romano ritorna nel 2005 con un album di inediti, Pezzi, che si aggiudica nuovamente la Targa Tenco come miglior album dell'anno, mentre Gambadilegno a Parigi viene votata come miglior canzone dell'anno dai lettori del quotidiano La Stampa. Nel 2006, a soli undici mesi dall'uscita del suo ultimo disco, De Gregori pubblica un nuovo album, Calypsos, con nove brani inediti. Tra questi Cardiologia - brano in cui, a più di 30 anni di distanza da Pezzi di vetro, il cantautore torna ad usare le parole "Ti amo" - e Per le strade di Roma, un ritratto impietoso della Roma del terzo millennio, archetipo dell'Italia dei nostri tempi.
Nel novembre del 2006 la Sony pubblica una tripla antologia che raccoglie i suoi brani più rappresentativi e che contiene, oltre alla celebre Diamante (pezzo scritto per Zucchero e incluso nel suo album Oro, incenso e birra), un demo del 1979 di Mannaggia alla musica, scritta originariamente per Ron e già presente in versione live nell'album Bootleg, e il b-side del singolo Viva l'Italia, la celebre Banana Republic, cantata senza Lucio Dalla.                                                                                                                                                         Nel 2008, due anni dopo 'Calypsos' esce Per brevità chiamato artista, il nuovo lavoro del cantautore romano. È un De Gregori doc; mentre il brano che dà titolo all'album non appare la canzone più significativa del nuovo lavoro, molto meglio L'angelo di Lyon scritta dal fratello Luigi, una ballata cantautorale di rara bellezza. Spiega De Gregori: "È la seconda volta che canto una canzone di mio fratello dopo Il bandito e il campione. Questa è una canzone diversa che mi ha affascinato per il suo testo impenetrabile. La definirei una canzone sull'impenetrabilità, la trascendenza dei misteri d'amore: riascoltandola ho notato che forse è l'unica canzone veramente d'amore di tutto il disco". Nel complesso, "Un disco dove ci sono dentro pezzi di vita ma anche delle visioni e delle pre-visioni. Un'autobiografia fantastica".

Lo stile di Francesco De Gregori, simile a quello di Bob Dylan e Leonard Cohen, i suoi maggiori ispiratori, richiama sia le sonorità rock, sia quelle melodiche, sia la musica popolare e, dal punto di vista dei testi, presenta un ampio uso della metafora, spesso di non immediata interpretazione, con liriche di ispirazione intimista, letterario - poetica ed etico - politica in cui trovano spazio riferimenti all'attualità e alla storia, che lo hanno reso uno dei cantautori più importanti dell'attuale scena musicale italiana, insieme a Fabrizio De Andrè e all’altrettanto importante Francesco Guccini è considerato uno dei piu grandi cantautori italiani di tutti i tempi.

 

Radio Studio Centro CRS e altre fonti dalla Rete.  Bibliografia di Francesco De Gregori: Michelangelo Romano, Paolo Giaccio, Francesco De Gregori. Intervista, Anteditore, Verona, 1976, poi incluso in Riccardo Piferi (a cura di), Francesco De Gregori: un mito, edizioni Lato Side, Roma, 1980; Alberto Stabile, Francesco De Gregori, Gammalibri Editore, Milano, 1987; Giorgio Lo Cascio, De Gregori, Franco Muzzio Editore, Padova, 1990; Antonio Piccolo, La storia siamo noi, Editore Bastogi, Milano, 2007.                                                                                                                                                                                         

 


radiostudiocentro@email.it